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L’industria alimentare in Italia



AGGIORNAMENTI Struttura del mercato, tendenze di consumo e nel confezionamento dei prodotti alimentari (con l’esclusione di bevande e prodotti ortofrutticoli freschi).
Plinio Iascone

L’industria alimentare nel suo complesso, alimenti e bevande, dopo la crisi economica del biennio 2008/2009, è stato uno dei pochi settori del manifatturiero ad avere recuperato le perdite subite, segnando anche un lievissimo miglioramento.
Analizzando gli indici produttivi dell’ISTAT relativi alla produzione industriale, l’industria alimentare nel 2010 ha segnato un recupero del 2% rispetto al 2009 e un incremento dello 0,4% rispetto al 2007, anno antecedente la crisi.

L’industria manifatturiera nel suo complesso, per contro, ha recuperato nel 2010 il 6,6% rispetto al 2009, ma resta in calo del 16% rispetto al 2007.
Secondo i dati elaborati da Federalimentare, nel 2010 l’industria alimentare  ha espresso un fatturato di 124 miliardi di euro, +3,3% rispetto al 2009, mentre in termini quantitativi la produzione si valuta abbia segnato un recupero dell’1,6%, dopo l’arretramento dell’1,5% registrato nel 2009.
I principali settori sono il lattiero-caseario con 14,8 mld di euro, carni fresche e trasformate 13,8 mld, dolciario 12,1 mld, vino e liquori 11,7 mld.

La ripresa del 2010 è stata essenzialmente guidata dalle esportazioni, che hanno segnato un recupero del 10,6% in relazione al fatturato.
In ulteriore contrazione dell’1% i consumi interni in termini di fatturato, mentre in termini quantitativi hanno segnato un lieve incremento, valutato intorno allo 0,6-0,7%.
I consumatori, a fronte di una riduzione del potere di spesa, hanno spostato gli acquisti verso prodotti meno costosi.

La crescita dell’industria alimentare è continuata nei primi mesi del 2011, sebbene con trend più contenuti rispetto all’anno precedente, trainata in misura sostanziale dalle esportazioni.
I consumi interni restano per contro condizionati dalla sensibile riduzione del potere di acquisto dei consumatori italiani.
Un altro fattore di preoccupazione per questa importante area settoriale è la sensibile lievitazione delle commodity agricole (+50% nel corso dei primi mesi del 2011 secondo Federalimentare), che si sta riflettendo sui prezzi alimentari alla produzione e, inevitabilmente, finiranno per ripercuotersi anche sui prezzi di vendita dei prodotti, con effetti negativi sui consumi degli italiani.

Secondo elaborazioni di Prometeia, le ipotesi evolutive del settore alimentare nazionale per il 2011 dovrebbe beneficiare di una crescita limitata intorno allo 0,7%, trainata essenzialmente dalle esportazioni, ed evidenziando quindi un rallentamento dello sviluppo rispetto ai risultati del 2010. Purtroppo l’anello debole del mercato resta la domanda interna.

Focus sui settori
Secondo Federalimentare, in termini di fatturato, alimenti e bevande rappresentano rispettivamente l’84,5% e il 15,5%. Nell’ambito dell’area food (104,797 milioni di euro), il settore lattiero caseario presenta lo share maggiore con il 14%; seguono il settore dolciario con l’11,5%, la trasformazione delle carni con il 7,6%, la pasta con il 4,1%, l’olio alimentare con il 4%, i surgelati con il 3,9% e le conserve vegetali con il 3,5%.
Il restante 35,9% si riferisce a una vasta gamma di alimenti.

È importante evidenziare che, da alcuni anni, è in atto una tendenza che vede i prodotti cosi detti “evoluti” (sughi, piatti pronti, surgelati, caffé in cialde, piatti pronti refrigerati ecc) in crescita progressiva. Nel 2010 questi prodotti hanno raggiunto una quota del 10% circa e presentano interessanti potenzialità di sviluppo.

Tendenze di imballaggio 
Data la diversità delle voci merceologiche in ambito alimentare, il confezionamento presenta una significativa varietà di soluzioni di imballaggio (di cui rimane fondamentale la funzione di strumento di comunicazione, da cui derivano i frequenti cambiamenti). La movimentazione della produzione totale dei ventidue settori monitorati dall’Istituto Italiano Imballaggio nell’area alimentare ha comportato un impiego, nel 2010, di circa 2.716.000 tonnellate di imballaggi.

Nel computo sono compresi sia gli imballaggi a perdere che quelli a rendere, nonché i primari, i secondari e quelli da trasporto.
Secondo una valutazione dellIstituto Italiano Imballaggio i valori sopra indicati rappresentano il 70-75% circa dell’impiego di imballaggi dell’intero settore “food”.
Il trend di sviluppo dell’utilizzo di imballaggi nell’ultimo triennio, sempre con riferimento ai settori monitorati, è dello 0,8% medio annuo a fronte di una crescita del settore alimentare relativo al food dello 0,5% medio annuo.
Come si nota il tasso di sviluppo del consumo di imballaggi è superiore alla crescita dell’area alimentare.
La differenza è imputabile a diversi fattori:
- aumento dei prodotti preconfezionati (ad esempio formaggi e salumi);
- aumento dei prodotti ortofrutticoli freschi porzionati e confezionati (verdure IV e V gamma);
- aumento delle monodosi.L’abbassamento della capacità comporta in genere un maggior peso medio di imballaggio: sostituendo una confezione da 550 grammi di capacità di qualsiasi tipo di imballaggio con due da 250 grammi, il peso globale di imballo è superiore;
- buona evoluzione produttiva di alcuni settori, come i piatti pronti, i surgelati ecc.
Nel medesimo periodo di analisi il peso medio delle diverse tipologie di imballaggi - secondo rilevazioni sia del Conai che dell’Istituto Italiano Imballaggio - hanno evidenziato un alleggerimento, consentendo una riduzione dell’impatto sull’immesso al consumo.

Tipologie e materiali impiegati
Interessante, a questo punto, tracciare un breve profilo delle diverse filiere di imballaggi presenti nel settore alimentare, relativo al campione analizzato.

Imballaggi cellulosici - Nel settore alimentare presentano uno share del 43,2% sul totale in peso degli imballaggi impiegati in quest’area. Il cartone ondulato, in qualità di imballaggio da trasporto, è la tipologia principale (15% circa). Gli astucci pieghevoli rappresentano il 4%, ampiamente impiegati per prodotti da forno, pasta, surgelati (in qualità di cluster), bevande. A queste tipologie, seguono sacchi, sacchetti e incarti ma anche i poliaccoppiati rigidi cellulosici, che si stanno progressivamente inserendo nel settore delle conserve vegetali.

Imballaggi di vetro - “Storico” e ad ampia diffusione, la quota dell’imballaggio di vetro è del 23,6%. In area food vengono impiegati essenzialmente vasi (80% circa) e bottiglie (20%). Queste ultime, in particolare, sono diffuse nel settore dei derivati di pomidoro (passate e polpe).
Negli ultimi anni le vetrerie hanno lavorato per garantire sia un alleggerimento del contenitore sia una personalizzazione del vaso e della bottiglia, a seconda dell’esigenza del cliente.

Imballaggi di plastica - Con una quota di mercato al 17,2% presidiano numerose aree specifiche grazie alle molte tipologie: film da trasporto, film da incarto, contenitori, accessori, vaschette, sacchi e sacchetti, tubetti flessibili, bottiglie, secchielli e fusti. Prodotti da forno, paste alimentari, surgelati, salumi e caffé sono i settori di punta in termini di impiego degli imballaggi plastici.
Rilevante il ruolo dei poliaccoppiati flessibili, in virtù delle loro caratteristiche che soddisfano particolari esigenze (si veda l’approfondimento su questo stesso fascicolo).

Imballaggi di acciaio - Sebbene sia sul mercato da oltre 200 anni, grazie alle continue innovazioni, “conserva” sempre una buona posizione. La loro share, sul totale degli imballaggi utilizzati in area alimentare, è del 12% circa: il 9% circa è costituito da chiusure e contenitori di banda stagnata di capacità sino a 50 kg, mentre il 3% interessa fusti di acciaio non rivestito, da 200 litri di capacità.
Il settore delle conserve vegetali è il maggior utilizzatore di contenitori in banda stagnata (70%).
Le capsule twist off abbinate ai vasi di vetro fanno storia a parte e i fusti di acciaio da 200 litri di capacità vengono essenzialmente impiegati per contenere i semilavorati delle conserve vegetali.

Imballaggi di alluminio - In area alimentare, la loro quota di mercato  
raggiunge lo 0,9% circa ma, data la particolare leggerezza del materiale, il suo “peso” sul mercato sarebbe senz’altro superiore se si prendesse a riferimento il numero di unità anziché il peso.
La gamma degli imballaggi in alluminio nel settore alimentare comprende: le scatolette per food 38%, chiusure 13%, vaschette e altro ricavato da foglio sottile 49%.
Gli imballaggi di alluminio vengono impiegati nei settori delle conserve ittiche, della carne in scatola, del pet food, nell’area dei piatti pronti, della gastronomia e in altri settori minori, sia sotto forma di classiche scatolette che come vaschette o foglio sottile da incarto.
La leggerezza, unitamente alla robustezza, ne fanno un prodotto molto valido.

Imballaggi di legno - Ricordando che dalla presente analisi è esclusa l’ortofrutta fresca destinata al consumo, la quota degli imballaggi di legno in ambito food è del 3,1%; la percentuale è riferita ai pallet (quelli “a rendere”  sono in progressivo e sensibile aumento).

Altro - Per quanto riguarda le categorie di imballaggi secondari (cluster, astucci ecc.) e terziari (imballaggi da trasporto), la prima è strettamente correlata ai “primari” poiché costituiscono l’unità di vendita e quindi svolgono l’importante funzione di comunicazione, mentre la seconda (pallet, cassette di cartone ondulato, di legno e di plastica) soddisfano essenziali funzioni logistiche.

In conclusione
I frequenti cambiamenti nelle tipologie di imballo che si verificano nel settore alimentare derivano da diverse esigenze: l’uso del packaging come strumento di marketing, la frequente immissione sul mercato di nuovi prodotti e la conseguente necessità di maggiore differenziazione, le richieste da parte del consumatore di prodotti e imballaggi a elevato contenuto di servizio.
Resta comunque prioritario, per un imballaggio destinato a contenere un alimento, garantirne la sicurezza sotto il profilo microbiologico nonché la gradevolezza dal punto di vista sensoriale.
L’industria alimentare che, lo ribadiamo, è il maggior utilizzatore di imballi, è fortemente impegnata a ridurne l’impatto ambientale, limitando l’overpackaging e chiedendo imballi più leggeri ma con caratteristiche tecniche e prestazionali immutate.                                                

Plinio Iascone
Istituto Italiano Imballaggio


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