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È ora di… alimentare italiano



CONSIDERAZIONI 2011-2012: mercato interno
stagnante, export +10% annuo. Necessario un confronto intelligente con un mercato sempre più allargato (Cina, India e Latinoamerica compresi) per sostenere la competitività del comparto. Riportiamo una sintesi dei temi trattati in occasione del VIII Forum dei Giovani Imprenditori di Federalimentare (16 e 17 settembre, Fasano, BR)

Le proiezioni elaborate dal Centro Studi di Federalimentare sul prossimo anno del settore alimentare parlano di una leggera crescita della produzione (+0,8% annuo), di consumi interni stabili (+0,1%) e di esportazioni su valori positivi (+10% annuo in valuta). Ma, come ha avuto modo di affermare Filippo Ferrua, presidente dell’associazione confindustriale nella relazione introduttiva ai lavori del Forum, «L'export può non bastare a tamponare la stagnazione dei mercati interni. E l'aumento dell'IVA comprometterà la ripresa dei consumi a breve».
Annalisa Sassi, presidente Giovani Imprenditori di Federalimentare, fa anche presente che «per vincere la sfida della competitività, dovremo confrontarci con nuovi mercati sempre più allargati, in primis Cina, India e Latino­america. La presenza di consumatori più maturi e consapevoli renderà anche necessario riformulare gli asset organizzativi e ripensare i prodotti di punta dell’industria alimentare italiana».

I dati di fatto e le riflessioni - Export su valori positivi (+10% annuo il tasso previsto tra il 2011 e il 2012), ma in leggera flessione rispetto al +11% registrato nel primo semestre 2011, cui fa eco una crescita prossima allo zero (+0,1%) sul fronte dei consumi interni. Le prospettive per il prossimo anno del Made in Italy alimentare delineano una ripresa troppo lenta per le esigenze di un settore che già oggi vuole riaffermare il proprio storico ruolo calmieratore rispetto alla crescita dell’inflazione.
È il quadro che emerge scorrendo le stime del Centro Studi Federalimentare per il 2011-2012, nel quale si leggono, in controluce, le nuove sfide per la competitività del made in Italy alimentare italiano, chiamato a confrontarsi con nuovi mercati emergenti e modelli di consumo profondamente diversi dal passato.

«Nell'anno in corso - secondo il presidente Ferrua - l'alimentare italiano non riesce a rafforzare la timida ripresa del 2010. Al contrario, è a rischio indebolimento. L'aumento del’IVA al 21% sui prodotti alimentari colpirà le famiglie italiane con un aggravio di spesa di oltre 600 milioni di euro e rischia di compromettere ogni prospettiva di rilancio dei consumi, con un forte impatto sulle attività della filiera agroalimentare, dall'agricoltura all'industria fino alla distribuzione. È probabile che il trend della produzione alimentare 2011 non superi, a consuntivo, il tasso del +1%. mentre l'export, che ha segnato un +11% in valuta nel 1° semestre dell’anno, continuerà a dare soddisfazioni, ma non basta a tamponare la flessione del mercato interno».

Per evitare pessimismi e vittimismi - aggiunge Annalisa Sassi - ci siamo interrogati sui modelli organizzativi, su dove abbiamo sbagliato e dove potremmo far meglio. La risposta è una sola: al momento, c’è solo da esportare il nostro prodotto, la nostra impresa, il nostro modello alimentare.
Ma per rimanere competitivi sui mercati emergenti l'industria alimentare italiana deve ripensare le caratteristiche del prodotto e renderlo più coerente con le attese del consumatore globale. La scomparsa dell'ICE reca incertezze aggiuntive in un momento estremamente delicato, laddove occorre potenziare gli sforzi promozionali sui mercati lontani, che offrono le migliori prospettive di espansione, ma dove le aziende italiane, specie medio-piccole, arrivano con maggiore difficoltà».

Produzione debole e consumi al palo: necessari nuovi impulsi dall’export - Entrando nel dettaglio delle stime del Centro Studi di Federalimentare, alla luce di una forte e perdurante stagnazione del mercato interno, compensata solo in parte dallo sviluppo dei mercati esteri, la produzione dell'industria alimentare italiana, nel 2011-2012, dovrebbe attestarsi su un risicato tasso medio di crescita del +0,8% annuo, valore inferiore rispetto al dato del decennio 2000-2010, in cui la crescita era stata pari al +1,2% annuo.
Capitolo fatturato: qualora dovesse perdurare anche nei prossimi anni la pressione delle quotazioni delle commodities e la ormai consolidata stagnazione dei consumi interni, l’ago della bilancia commerciale sarà ancora una volta subordinato alla nostra capacità di esportare il prodotto. Federalimentare prevede che, a chiusura del 2012, si registrerà un incremento del fatturato totale del +1,2% annuo, corrispondente a un valore finale per il 2012 di circa 130 miliardi di euro. Per quanto riguarda i consumi interni, nella migliore delle ipotesi si spera in una crescita marginale del +0,1% annuo, che porterebbe, nell’arco del prossimo anno, a una prospettiva di crescita complessiva del +0,3%.
Ma è dalle stime sulle esportazioni che arrivano le riflessioni più rilevanti: nel decennio 2000-2010, a fronte di un progressivo rallentamento della crescita dei consumi interni, l’export aveva dato una forte spinta propulsiva alla crescita all’industria.
Secondo le previsioni del Centro Studi di Federalimentare, nel prossimo anno il trend delle esportazioni rallenterà il suo ritmo, pur mantenendosi su valori comunque positivi: si stima infatti un aumento, nei volumi, del +8% medio annuo; l’export in valuta segnerà un tasso medio annuo del +10%.

105 miliardi di euro (+0,3% in 4 anni): tanto vale il food&beverage nazionale nel 2011
- Come rivela lo studio Accenture 2011, che ha elaborato dati Euromonitor, la recessione ha ridotto di oltre un terzo le aspettative di crescita del mercato alimentare globale, con Europa occidentale e Stati Uniti a registrare i tassi di crescita più contenuti. Nel periodo 2006-08, infatti, le aziende del food nel mondo avevano fatto segnare un tasso annuo di crescita composto del +10,9%, per un valore complessivo che nel 2008 aveva toccato i 2.840 miliardi di dollari. Le stime per il 2011 fissano invece il valore del food&beverage mondiale a 3.064 miliardi di dollari, a chiusura di un quadriennio difficile che ha visto il settore crescere solo di un 2,6% annuo.
In questo contesto, l'Italia ricopre una posizione critica, leggermente al di sotto della crescita media dell’Europa Occi­dentale. Nel triennio 2006-08 il valore del Made in Italy alimentare cresceva infatti del +2,8%, passando da 99 a 104 miliardi di Euro; nei quattro anni successivi la crescita è stata invece del +3%, per un valore finale nel 2011 di 127 miliardi di euro.
Significativa, in particolare, la frenata del packaged food, il cui tasso di crescita pre-crisi registrava (dati 2006-2008) un incoraggiante +4,1%. Per questo settore, le previsioni del mercato al 2012 indicano il mantenimento degli attuali tassi di crescita, intorno al +1,1%, per un valore stimato di poco superiore agli 80 miliardi di euro. Nel dettaglio, ripresa a ritmi più lenti (+0,5%) per il comparto dei latticini, per effetto sostituzione verso alimenti a prezzi più contenuti, mentre la “lepre” è il cioccolato, unico comparto del settore dolci e gelati a “reggere”.

I mercati su cui puntare  - Il nodo della crescita all’estero sarà, nei prossimi anni, uno dei temi caldi per l’industria italiana del food & beverage. E la questione diventa centrale in un momento storico in cui le regole del gioco stanno cambiando: il mercato di riferimento trascenderà i confini nazionali e diventa “europeo”. È già in atto un macro trend economico che, entro il 2020, porterà la Cina a essere la più grande economia del mondo in termini di potere d’acquisto e l’India la terza, mentre gli USA scenderanno al secondo posto e il Giappone al quarto. Una ricerca del NCAER sull'evoluzione della classe media in India tra il 2005 e il 2025 mostra le potenzialità di questo nuovo sbocco da presidiare: in 20 anni i nuclei familiari della classe media indiana aumenteranno dell’84%, mentre le famiglie che guadagnano più di 10mila dollari cresceranno addirittura del +1.290%. E Il consumo medio in questo mercato emergente crescerà del +424%.  

Il consumatore globale: frammentato, consapevole e “monoporzione” - Le nuove tendenze macro-economiche stanno ridelineando la figura del consumatore-tipo che il made in Italy alimentare dovrà conquistare, come dice Saatchi & Saatchi; e dovrà farlo guardando soprattutto a Oriente e Sudamerica, mercati che richiederanno un nuovo flusso di merci. Il food & beverage italiano dovrà “fare i conti” con un consumatore globale ma anche “frammentato”, che cerca un prodotto il più possibile “su misura”, consapevole ed esigente nelle scelte, alla ricerca di qualità, aspetti salutari, sostenibilità, sicurezza e tracciabilità. Ma anche praticità, come testimonia il boom delle monoporzioni: segno dei tempi che cambiano e di un consumo individuale sempre più presente accanto al tradizionale modello “cucina e dispensa”, al quale l’industria alimentare dovrà guardare con attenzione per non soccombere.

Gli strumenti e le competenze
- Sfide globali di questo tenore possono essere affrontate solo con strumenti adeguati, di cui l’industria italiana alimentare nel suo complesso dispone da tempo, come ricorda Annalisa Sassi: «Abbiamo sviluppato una strumentazione produttiva e  una diagnostica talmente avanzate da consentire alla nostra industria di garantire agli italiani in sicurezza e qualità ben 66 miliardi di pasti l’anno, i cui ingredienti si possono ritrovare in oltre 20 mila referenze, tutte accessibili a prezzi contenuti. E non è solo la democraticità e l’accessibilità al cibo un dato rilevante a favore dell’azione secolare dell’industria alimentare, ma anche l’informazione, la competenza, la diversità e l’unicità del nostro patrimonio di conoscenze alimentari a render grande e prezioso nel mondo il made in Italy alimentare».    


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