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Dire e non Dire



Sarà il caldo di questi giorni, le immagini di cose sfocate all’orizzonte nella caligine pomeridiana, ma altrettanto mi sembrano sempre più sfuggenti e indeterminate molte parole che sento ripetere intorno.
Ho il sospetto che le parole si facciano vecchie come gli uomini, e che facciano sempre più fatica a restituire a chi le dice e a chi le ascolta il significato loro assegnato dal dizionario.
È come se l’uso reiterato - e a volte sconsiderato - sbocconcellasse il profilo delle lettere che le compongono, fino a confonderle in una trama fantasiosa di bianchi e neri senza senso. Ma non tutte le parole sono uguali e diverso è il loro destino in questo mondo sempre più grande e complesso, tremendamente reale e, a un tempo, virtuale. 
 
Alcune rimangono salde nel loro carattere didascalico: esplicative fin dalla nascita, resistono incorrotte al passare del tempo senza velleità. Il pane è pane, il vino è vino (fatto salvo il valore che assume per il singolo, averli o non averli).
Poi ci sono quelle che cadono in disuso per dimenticanza, per limitatezza, per obsolescenza, come “autocoscienza”, “sovrastruttura”, “alienazione”, “telescrivente”, “cellophane”…

Altre ancora sono così abusate fino al punto da far smarrire la misura a chi le usa; una volta solo gli angoli arrivavano a 360 gradi, e il “Si” e il “No” non avevano “assolutamente” necessità di conferma.
La situazione non appare migliore passando a frasi e periodi segnati da una giungla di banalità, che si dirada o si infittisce a seconda delle mode.
Poco importa la nobile origine, la blasonata discendenza, la meritoria sintesi che ne ha decretato il successo per efficace coincidenza alle necessità espressive e descrittive.

Richiami del genere “Fare” squadra, sistema, impresa… e ancora “Modello” di business, di sviluppo e di innovazione… dovrebbero mettere sul chi vive e costringere a un’attenta disamina del contesto, così da fugare dubbi di strumentalizzazione o da scongiurare il sospetto che si cerchi di dissimulare pochezza e ignoranza.
L’ascoltare in ogni dove e in tutte le occasioni queste parole, genera un’eco che sembra rimandare a una carenza di idee e di sentimento. 

La prevalenza di alcuni di questi “manufatti mentali” (nomi, parole, ecc) in quella rete di influenze reciproche che è la “comunità dei parlanti”, dove ogni individuo è insieme produttore e consumatore di significati, definisce - come scrive Pinker - ciò che chiamiamo “cultura” di una società, di cui la lingua è parte integrante.
E allora, come non essere d’accordo con Nanni Moretti, quando nel film Aprile fa dire al protagonista «Chi parla male, pensa male e vive male».

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