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Siamo quello che mangiamo



Parliamo di cibo, anche per la mente. Di qualcosa che è condizione di sussistenza ma anche di gioia per il palato, che è materia per i ricordi e alimento dei desideri.

Tutto in un unico piatto: presente, passato e futuro della nostra vita con contorno di tranquillità, per la qualità delle cose che mangiamo, e di soddisfatta consapevolezza, nel momento in cui sappiamo di non recare danno all’ambiente da cui attingiamo risorse.

Il cibo è un mezzo per comunicare, per scambiare esperienze, storie e culture; è un linguaggio comune, fatto di analogie e differenze che cementano la nostra identità nel riconoscimento e accettazione dell’altro.

Il cibo è il colore di quello che non conosciamo e che possiamo ancora scoprire. È il nostro vissuto ed è bello vedere i giovani - troppo pochi ancora - impegnati ad assaporare, sperimentare nuove ricette e accostamenti, patrimonio di una lunga storia (gastronomica). È legame tra generazioni.

Siamo quello che mangiamo, si dice, e se spesso sappiamo ancora sorridere lo dobbiamo anche a quanti si spendono perché i prodotti e gli imballaggi siano sempre più sicuri, rispettosi dell’ambiente e più trasparenti, perché capaci di parlare con chiarezza ai consumatori.

Diamoci tutti, quindi, nuove idee, nuovi modi di fare; diamoci insomma - come ha ben spiegato Enzo Rullani (1) - nuove opportunità, magari prendendo coscienza e cambiando il fatto che:
-    viviamo in una realtà in cui la crisi è la condizione di un sistema che ha avuto enormi vantaggi nel dilatare i mercati su scala globale, ma che ha creato un mondo di interdipendenze non governabili, che a  volte girano bene e a volte si inceppano e crollano;
-    operiamo tutti in filiere globali, caratterizzate da enormi squilibri competitivi, determinati da costi di produzione nei vari Paesi non confrontabili;
-    fin qui abbiamo basato il nostro sviluppo su un processo dissipativo, dove le risorse vengono consumate e non ricostituite.
Lo hanno scritto anche Ruffolo e Sylos Labini (2) «Oggi dobbiamo puntare su un’economia della sostituzione e dell’efficienza che ci porti verso una condizione di “stato stazionario di natura dinamica”. Cioè dobbiamo impegnarci verso la costruzione di un’economia in cui il prodotto totale non continui ad espandersi indefinitamente ma che punti, invece, su uno sviluppo di qualità».

(1)    Enzo Rullani, TeDIS, Venice International University, “Strategie di rete per competere nel nuovo contesto dell'economia globale; Assemblea d’autunno Giflex, 13-14 ottobre 2011).
(2)    Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini, “Come riformare il capitalismo”, La Repubblica, 9 novembre 2011.

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