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Cronache vietresi (seconda puntata)*



Quando si parla di impresa si finisce più o meno “volontariamente” a mettere in luce il deficit culturale e valoriale che caratterizza la gestione della Cosa Pubblica.
È accaduto di recente a Capri, quando il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, al convegno dei giovani imprenditori, ha lanciato un richiamo esplicito alla politica: «C'è uno smarrimento forte nel Paese, una mancanza di fiducia. È necessario ritrovare il senso delle istituzioni e della dignità. Il Parlamento non funziona più, manca ancora il presidente della Consob. Siamo alla paralisi».

Ma è successo anche a giugno, a Vietri, quando Vincenzo Boccia intervenendo al XXX convegno nazionale Gifasp, ha avuto modo di sottolineare che «la politica è una cosa troppo importante per lasciarla solo ai politici… Perché la politica è “fare scelte” e noi cittadini dobbiamo cominciare a fare più politica. Per uscire dalla crisi - ha poi aggiunto - ci vogliono imprese forti… ovvero imprenditori forti. Forti in termini di leadership e di autorevolezza, in un mondo in cui l’impresa non è una famiglia ma una comunità, in cui i collaboratori riconoscono il leader non perché è al primo posto della piramide organizzativa, ma per le scelte, i risultati, la coerenza tra il dire e il fare, i comportamenti esemplari».

A dire il vero, oltre a Boccia, tutti i partecipanti alla tavola rotonda hanno testimoniato che la realtà sembra seguire un doppio binario: da un lato, una classe imprenditoriale consapevole delle proprie responsabilità sociali, che si mette in discussione, si interroga sul futuro, dibatte di modelli organizzativi, si divide su strategie di mercato da inventare; dall’altro, un sistema di potere politico arroccato su posizioni di rendita e tutto concentrato sul proprio “particolare”.
Certo, non si può e non si deve semplificare, ma è stato confortante sentire parole intelligenti e di buon senso, che fanno sperare. Ecco una sintesi delle riflessioni emerse durante l’incontro.

L’impresa forte, oggi, è quella che sa cambiare rapidamente, in funzione dei mutamenti di mercato, mettendo in discussione la “propria” cultura d’impresa e l’organizzazione operativa.
Purtroppo si fatica a interpretare i cambiamenti perché si è ancora troppo concentrati sul prodotto e non sulle esigenze del cliente.

Essere imprenditori, oggi, impone un salto di qualità: passare dall’innamoramento dei prodotti all’innamoramento dell’azienda, farsi specchio del futuro e immaginare quale potrebbe essere il domani, che si costruisce oggi. Gli imprenditori, in altri termini, devono trovare il tempo per studiare e aprirsi al confronto, estraniarsi dalla quotidianità per avere una visione trasversale. È il momento di focalizzarsi su quanto crea valore, coinvolgendo e formando le risorse umane, fino a ridisegnare un sistema che porti un ritorno in termini di responsabilità, ruoli e condivisione degli obiettivi.

Si tratta, in molti casi, di passare da azienda patriarcale - dove l’imprenditore non ha mai torto - a realtà istituzionale in cui una critica giusta viene premiata. È necessario essere obiettivi, avere capacità di governo e non di comando, essere aperti a valorizzare le capacità e l’intelligenza. E ancora, impegnarsi - cosa faticosa - a comunicare e a  far condividere al personale l’esigenza di tale cambiamento.

L’azienda è una struttura autocratica che nasce per fare profitto ma che, al contempo, dovrebbe affermare valori sostanziali. L’azienda dovrebbe essere una comunità, che implica un progetto di vita basato sul principio della corresponsabilità e sulla consapevolezza del fatto che la ricchezza prodotta venga condivisa all’interno, con un meccanismo corretto, trasparente ed equo.

La questione, oggi, non è tanto relativa alle dimensioni dell’azienda quanto alle sue capacità di tenuta. In questo senso è importante creare un nesso positivo tra il meglio della tecnologia (relativamente ai settori che si vogliono seguire) e l’attenzione alla “scelta” e alla formazione delle persone, alla questione educativa e comportamentale del gruppo dirigente e di tutti i soggetti attivi. È nell’uso e nella conduzione della tecnologia, nell’organizzazione, nell’eccellenza di ogni funzione che si creano le differenze sul mercato.
L’aspetto tecnologico è solo una delle dimensioni della competitività, e probabilmente neanche la più significativa.

Adeguarsi ai cambiamenti, ambientali come di mercato, significa interpretare i vincoli in termini di opportunità. Oggi la partita non è solo fare bene il prodotto, che è scontato; nel prodotto, è necessario “mettere” servizio, innovazione, finanza, comunicazione, valori.
La crisi può essere un’occasione per far uscire nuove idee che consentano di superare la logica di prezzi imposti dal mercato, di guidare il passaggio da produttori a imprenditori attraverso la costruzione di un proprio brand, all’insegna di innovazione, sostenibilità, specificità: come nella migliore tradizione del made in italy.  

* XXX convegno nazionale Gifasp - Assografici (prima puntata su ItaliaImballaggio, 9, 2010); Tavola rotonda “L’impresa forte, esperienze a confronto”, moderata da Paolo Preti, a cui hanno preso parte Federico Bazzi (Arti Grafiche Mario Bazzi), Vincenzo Boccia (Arti Grafiche Boccia nonché presidente della piccola industria di Confindustria), Vittorio Sangiorgio (Coldiretti Giovani Impresa), Luca Tognetti (Elica).
 

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