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Education, formazione, aggiornamento sugli sviluppi di leggi e tecnologie, management e trend di mercato... Al suo convegno d’autunno, Giflex ha confermato l’attitudine “a fare cultura”, puntando l’attenzione su sostenibilità ambientale, economia e modelli d’impresa. Ma anche sulle ultime fatiche in fatto di leggi e protocolli. (Gennaio/Febbraio 2010)
Informazioni utili a lavorare meglio: questo, in estrema sintesi, il contenuto dell’ultimo convegno Giflex, organizzato il 15 e 16 ottobre scorsi a Roma.
Il Gruppo imballaggi flessibili che fa capo ad Assografici, agli incontri fra imprenditori tiene molto: anzitutto perché si tratta di un’associazione coesa e molto partecipata; e poi perché intende rimanere fedele alla “mission” del fare cultura, che si sostanzia appunto nelle occasioni di riunione e comunicazione.
Una cultura di settore che Giflex interpreta, in modo concreto, come aggiornamento sugli strumenti necessari a operare nel quotidiano e in prospettiva (leggi e tecnologie, studi di mercato e modelli gestionali)...
Ma anche come formazione e, buon ultimo, education sull’imballaggio flessibile in quanto tale, per sfatare luoghi comuni e chiarirne il valore intrinseco (che il mercato deve saper riconoscere, anche sul piano economico).
L’appuntamento romano, dunque, ha visto l’alternarsi di esperti, chiamati ad affrontare argomenti e problemi clou del momento, a partire dalla necessità di reinventare l’azienda (organizzazione, struttura, modus operandi...) per mantenere redditività nelle mutate condizioni di mercato.
Per restituire un bilancio non approssimato dell’attuale situazione del settore, e prefigurare i passi che il Gruppo intende muovere a sostegno dei membri, abbiamo interpellato il suo direttore, Italo Vailati.
Lungo i due assi della sostenibilità ambientale e della sicurezza (anzitutto del consumatore) si sviluppa buona parte dell’impegno del Giflex che, in questo, risponde a precise esigenze espresse dal mercato e dal legislatore.
«Per un’associazione come la nostra - spiega, infatti, Vailati - parlare di ambiente significa sensibilizzare l’opinione pubblica sul fatto che l’imballaggio, prima di diventare rifiuto (che si deve e si può gestire) è soprattutto un bene prezioso, con irrinunciabili funzioni di protezione e trasporto. D’altro canto, però, sono oramai chiare le implicazioni economiche dell’ecologia, a partire dal fatto che le azioni tese a migliorare il bilancio ambientale aiutano a contenere i consumi di energia e di materie prime, traducendosi - anche per un’azienda - in una riduzione di costi significativa. Se, dunque, in una prima fase (quella che ha condotto all’attuale norma ISO 14000) l’impegno delle imprese si è diretto soprattutto a ridurre l’inquinamento esterno degli stabilimenti, oggi è sempre più evidente che “sostenibilità” è qualcosa di assai più sofisticato, di certo non riducibile al solo contenimento delle emissioni di CO2 o degli scarti o degli inquinanti».
Si tratta, insomma, di un tema a cui dedicare sforzi costanti di approfondimento e divulgazione, anche perché - sottolinea Vailati - da un lato le grandi catene della GDO iniziano a chiedere ai propri fornitori la carbon footprint, dall’altro le aziende dal “cuore verde” sono sempre più numerose e soddisfatte, anche in fase di bilancio…
«Il problema, piuttosto - precisa il direttore - può sorgere al momento della scelta dei consulenti o dei modelli di lyfe cicle analysys da adottare, che proliferano e portano a risultati diversi fra loro. Diverse associazioni europee, infatti, stanno aprendo dei tavoli di lavoro su questi argomenti; per conto di Assografici io partecipo a quello promosso da Intergraf (arti grafiche, Ndr), impegnata nella definizione di un protocollo per la valutazione delle emissioni di CO2 nel ciclo produttivo. Contiamo di realizzare in tempi utili una bozza di documento che possa rappresentare un punto di riferimento anche per i converter di imballaggi flessibili».
Sul secondo grande ordine di argomenti che fanno capo alla sicurezza del consumatore, il contributo recente più significativo di Giflex si è concretizzato nella partecipazione al progetto CAST (Contatto Alimentare Sicurezza e Tecnologia), voluto e promosso dall’Istituto Italiano Imballaggio.
In particolare, Giflex si è impegnato nella stesura del capitolo dedicato all’imballaggio flessibile del documento finale, le “Linee guida per l’applicazione del Regolamento 2023/2006/CE sulle buone pratiche di fabbricazione nella filiera di produzione dei materiali e oggetti destinati a venire in contatto con gli alimenti”.
Coordinata e accreditata dall’Istituto Superiore della Sanità (ISS), l’opera ha impegnato l’intera filiera dell’imballaggio in un confronto serrato con utilizzatori ed esperti della materia (un’ottantina di persone), in un lavoro collettivo che si è protratto per più di due anni e ha prodotto risultati superiori alle migliori aspettative.
«Anzitutto - spiega Vailati - abbiamo lavorato per rendere il documento utilizzabile senza problemi anche dalle PMI meno strutturate che, nelle Linee guida, trovano i requisiti minimi da rispettare per garantire l’alimentarietà del proprio prodotto, insieme a tutte le informazioni relative al “cosa e come” fare. In secondo luogo, siamo riusciti a compilare un documento che, seppure vasto e articolato, presenta una struttura molto omogenea. Così chiunque, a prescindere dal tipo di imballaggio prodotto, oggi concepirà le GMP nello stesso modo, compreso - e non è certo secondario - gli organismi di controllo. L’autorevolezza dell’ISS che ne garantisce il valore scientifico e la bravura di chi, al suo interno, ha condotto il progetto, armonizzando rigore, buon senso, praticità, equità e chiarezza, lo rendono di fatto un riferimento ufficiale, che ha ottenuto anche l’avvallo del Ministero. È costituito da una parte introduttiva dove l’ISS ha riportato i testi di tutte le leggi che regolamentano il contatto alimentare, spiegandone il significato e le implicazioni. Quindi, di ciascun materiale, si elencano i requisiti specifici, si precisa cosa fare in fase di progettazione, produzione, controlli ecc. e, infine, si allega la legislazione dedicata. Nella terza parte, infine, si parla dei requisiti che non sono di legge ma non si possono trascurare (tipicamente, l’igiene) e delle legislazioni straniere impossibili da ignorare (finalmente tradotte in maniera coerente e uniformata), oltre a raccogliere tutti i documenti che, in assenza di norme specifiche sui singoli aspetti della materia, possono essere consultati. Le Linee Guida, dunque, raccolgono tutto lo scibile sulla materia e, al contempo, evidenziano i vuoti normativi, indicando però anche come “riempirli” in attesa che il legislatore vi si dedichi».
Il lavoro relativo al progetto CAST ha prodotto un ulteriore e non meno prezioso risultato: favorire la comprensione e alimentare la fiducia fra i vari “pezzi” di filiera coinvolti.
Vailati vi fa cenno con una battuta: «All’inizio, il tavolo di lavoro era quadrato ma poi, nel corso del tempo, è diventato rotondo» perché lavorare insieme ha permesso di fugare sospetti, capire i diversi punti di vista, apprezzare le reciproche competenze e specializzazioni… Sarà utile anche in futuro perché, come possiamo ben immaginare, la definizione di GMP sul packaging alimentare non sarà mai compiuta una volta per tutte, tanto che il “tavolo” di cui sopra potrebbe diventare permanente».
Non si tratta, naturalmente, del solo progetto condotto in seno a Giflex. Attivissimo anche sul piano della formazione, dove organizza per esempio corsi dedicati alle figure tecnico-commerciali delle imprese di settore, il gruppo vanta una grande partecipazione ai comitati tecnico e marketing, «operativi sulle tematiche trasversali e costituiti anche da una ventina di rappresentanti di imprese associate».
Inoltre, partecipa attivamente alla vita delle istituzioni internazionali di categoria. In ottobre, per esempio, sono stati gli italiani del Giflex a presentare ai colleghi della FPE (Flexible Packaging Europe) il primo protocollo per il controllo del set off, vale a dire della migrazione di sostanze potenzialmente contaminanti, dalla superficie esterna a quella interna di una confezione.
«Lo ha messo a punto un esperto riconosciuto come Valter Rocchelli - testimonia Vailati - e, colmando un vuoto di competenze, offre finalmente agli operatori uno standard testato con successo (dai nostri associati) e riconosciuto dai colleghi europei, che potrebbe dunque diventare una base di lavoro per il legislatore. Non solo rappresenta un risultato operativo di indubbia utilità ma, se ce ne fosse ancora bisogno, testimonia ancora una volta l’eccellenza e la capacità propositiva del nostro Paese, a dispetto degli scettici che, prima di esaminarlo, già lo avevano accolto come soluzione “all’italiana”. Proprio vero che i pregiudizi sono duri a morire…».
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