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Imballaggio, scelta di vita



Perché una fiera (la più grande) di tecnologie per l’imballaggio dovrebbe occuparsi della fame nel mondo? Perché chi progetta materiali e macchine per il packaging avrebbe bisogno di mettere in relazione innovazione e modelli di consumo? Interpack ce lo spiega, attraverso le parole del suo vice presidente, Bernhard Borgardt. Luciana Guidotti

Il cammino tracciato nel recente passato è un buon cammino: da un paio di edizioni, infatti, Interpack non vuole più essere vissuta solo come la fiera dei “grandi numeri” ma rivendica un ruolo diverso, da soggetto industriale forte, competente e proattivo nei confronti del mercato e dell’opinione pubblica. Per storia e natura, d’altronde, Interpack ha una vitalità particolare che le deriva dall’essere la più grande manifestazione mondiale sull’imballaggio, specchio - va anche annotato - di un sistema produttivo coeso e capace di esaltare i propri punti di forza. Ha quindi tutte le potenzialità per fare da cassa di risonanza ai temi del nostro tempo che, in modo trasversale, associano il mondo del packaging alla scarsità di cibo (piaga indicibile), al rispetto per l’ambiente (risorsa per il futuro), alla corretta gestione energetica (testimone di consapevolezza), al valore della ricerca e della tecnologia (bene dell’umanità).

È in questo contesto che Interpack intende agire con l’autorevolezza di chi “fa bene il proprio dovere” da cinquant’anni, promuovendo eventi che vanno dunque al di là dell’imballaggio e delle relative tecnologie.
Ne abbiamo parlato con uno dei vicepresidenti della manifestazione, Bernhard Borgardt*, dopo l’incontro del 3 febbraio scorso a Milano in cui Bernd Jablonowski, direttore di progetto interpack, e lo storico rappresentante italiano di Messe Duesseldorf, Honegger, hanno presentato alla stampa la 19esima edizione della fiera tedesca (per chi ancora non lo sapesse si svolge a Duesseldorf dal 12 al 18 maggio prossimi).
A Borgardt - persona di grandi vedute e di solida esperienza internazionale, una vita vissuta “nella plastica” - abbiamo chiesto di raccontarci le sue “visioni” d’imballaggio e, va da sé, della sua liason con interpack, a partire dal congresso Safe Food, nato dalla collaborazione tra l’ente fieristico tedesco e la FAO (Food and Agricultural Organization), il massimo organismo deputato delle Nazioni Unite.

Herr Borgardt, in un angolo relativamente piccolo della Terra i consumatori con capacità di spesa vengono dipinti come sempre più consapevoli ed esigenti, ma le cifre di quanti soffrono la fame sono ancora alte e inaccettabili. Cosa può fare “l’oggetto” packaging in questo contesto?

Ovviamente molto, dato che imballaggio è in primo luogo sinonimo di protezione e può contribuire fattivamente a ridurre lo spreco di alimenti. Si tratta di un fenomeno preoccupante che, a seconda della aree geografiche, assume connotati differenti. Se nei paesi “sviluppati” è causato essenzialmente dalle cattive abitudini dei consumatori che acquistano merci in surplus per poi disfarsene quando ”sono andate a male”, in altre regioni del mondo lo spreco deriva dalle carenze di un sistema produttivo sottosviluppato, da sistemi di stoccaggio inadeguati e da infrastrutture di trasporto non sufficienti. È in questo contesto che il packaging può esprimere le sue molte potenzialità, contribuendo a uno sviluppo più armonico e meno discriminante.

L’iniziativa che vede interpack al fianco della FAO nel promuovere una riflessione sullo spreco alimentare (iniziativa che, ci piace ricordarlo, è in sintonia con quanto proposto con altre modalità dalla “nostra” Ipack-Ima) reinterpreta dunque per certi versi anche il valore sociale dell’imballaggio.

Il congresso Safe Food in programma nei giorni di fiera insieme alla mostra tecnologica correlata intendono portare all’attenzione proprio quanto sarebbe già possibile fare, mettendo in relazione le evidenze sociali del fenomeno con l’uso appropriato di imballaggi studiati ad hoc, in grado di inserirsi in modo equilibrato nel ciclo produttivo e logistico mondiale.
Per quanto riguarda Interpack, nello specifico, tengo a precisare che non viviamo l’iniziativa come un progetto fugace, una sorta di “gag” del momento, ma come l’avvio di una piattaforma di studio stabile, capace di far affiorare in superficie le criticità e i topics del futuro. Anche per questo non abbiamo chiamato a raccolta solo gli stakeholders della filiera alimentare e dell’imballaggio - dai costruttori di macchine ai produttori di materiali, alla grande distribuzione - ma anche le istituzioni politiche e dell’amministrazione pubblica, il mondo della ricerca e delle associazioni non governative.

Il mondo sta davvero cambiando a gran velocità, i confini geografici si ampliano, le culture si intrecciano e le istanze sociali assumono colorazioni sempre diverse. Dobbiamo quindi guardare al packaging come al fulcro di un network complesso?

Si. L’imballaggio è una realtà insostituibile nella nostra vita e nel variegato universo delle merci e ha saputo evolversi profondamente, dando risposte concrete a bisogni di consumo diffusi. La logistica efficiente, quella che ci consente per esempio di consumare in sicurezza cibi prodotti in aree lontane dalle nostre, non sarebbe possibile senza un imballaggio a sua volta efficiente. E non dimentichiamo che, nel tempo, il packaging è diventato l’interprete di trend di respiro planetario: è progettato e prodotto in modo da essere sempre più sostenibile, dal punto di vista economico e ambientale; spinge la ricerca a migliorare la qualità dei materiali e l’efficienza delle macchine, nel nome della sicurezza; e ancora, continua ad avere il compito indispensabile di informare in modo corretto sulla natura e la storia di un cibo, di un farmaco, di un cosmetico... È quindi ora che venga riconosciuto da tutti come fattore determinante nella soluzione dei problemi legati a una produzione e a un consumo più corretti e sostenibili. E aggiungo che l’intero sistema industriale coinvolto deve contrastarne con ogni mezzo la “demonizzazione”, che lo relega piuttosto nella scomoda posizione di “oggetto da smaltire” e, quindi, di problema. Anche di queste istanze, interpack si fa promotrice, e con forza ancora maggiore che in passato.

Solo pochi anni fa, la caduta del nasdaq e dei titoli tecnologici ha messo a nudo le molte limitatezze di un sistema economico - finanziario, ma ci ha lasciato i prodotti (internet e affini) che, in pochissimo tempo, sono diventati strumenti insostituibili del nostro vivere quotidiano. Cosa ha lasciato in eredità al sistema industriale europeo la crisi più recente?

Soprattutto la consapevolezza del valore tecnologico e del ruolo di trend setter in uno scenario competitivo sempre più ampio e difficile. Come imprenditori oggi siamo chiamati a leggere con estrema attenzione i segni del cambiamento, che sta spostando l’asse degli equilibri commerciali a Est. Ma la nostra storia imprenditoriale ci sarà d’aiuto nel procedere e nel trovare ancora una volta la ricetta giusta per lo sviluppo.

INTERPACK AI VERTICI Christian Traumann, amministratore di MULTIVAC Sepp Haggenmüller GmbH & Co. KG è il presidente della rassegna, e coordina il comitato consultivo. Le cariche di vicepresidenti sono state attribuite a Friedbert Klefenz, Presidente del board della divisione Packaging Technology della Robert Bosch GmbH, e a Bernhard Borgardt*, rappresentante di RPC Group e Presidente del Gesamtverband Kunststoffverarbeitende Industrie e.V. nonché dell’Associazione European Plastics Converters (EuPC). Tutti e tre sono stati eletti all’unanimità senza voti contrari o astensioni.

Interpack intercetta da sempre i bisogni di un comparto industriale che, a livello globale, esprime grande capacità di innovazione e propensione al cambiamento. «E proprio dell’innovazione si è fatta portatrice, già nell’edizione precedente, arricchendo la rassegna tecnologica con i parchi tematici Innovationparcs, focalizzati sulla sostenibilità, sul punto vendita e sulle bioplastiche, che nel 2011 saranno ancora più ricchi di proposte» spiega Bernd Jablonowski, direttore di progetto interpack. Ma la capacità di cambiare prospettiva è testimoniata dall’aver dato vita da tempo a manifestazioni sorelle, caratterizzate dagli stessi standard qualitativi nei paesi in cui sempre maggiore è il bisogno di tecnologie e aggiornamento.

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