ATTENZIONE... IN QUESTO SITO SONO ARCHIVIATI I CONTENUTI DELLA RIVISTA DAL 2008 AL 2011. CLICCA SOPRA PER PASSARE AL NUOVO SITO. GRAZIE










Giochi senza frontiere



MG2 gioca con fantasia e oculatezza la partita della globalizzazione, puntando a vincere con il Made in Italy: magari anche progettando in Italia e producendo in Cina, per contrastare la guerra dei prezzi di indiani e coreani.

Cosa vuol dire per MG2 essere un player di livello internazionale? Significa realizzare, per una delle maggiori multinazionali a livello mondiale, un’opercolatrice da 250mila capsule/h provvista di sistema a contenimento, funzioni wash-in-place e di un sistema integrato in macchina che controlla al 100% il peso netto dosato di tutte le capsule prodotte e mantiene il processo sotto controllo.
Questa nuova macchina - in grado di dosare qualunque forma farmaceutica solida orale, compresi bassi dosaggi di polvere fino a 4 mg senza compattazione (polveri inalabili) - vale milioni di euro ed è la punta di diamante dell’impresa emiliana (la sede è a Pian di Macina di Pianoro, Bologna). Ma vuol dire anche fornire, a utilizzatori di tutte le taglie e di tutti i paesi, una varietà di dosatrici più piccole e altrettanto sofisticate, complesse quanto richiesto di volta in volta dalle condizioni d’uso, flessibili e personalizzate.www.mg2.it
E poi, naturalmente, significa anche offrire un’articolata proposta di macchine standard, con cui si fanno i grandi numeri e che permettono di presidiare stabilmente i mercati e dare ulteriore solidità all’impresa. Ma è proprio in questo contesto che il mercato globale mostra la sua faccia meno amichevole. «In effetti, in questo segmento di offerta, da qualche anno sentiamo maggiormente la concorrenza» spiega senza troppi giri di parole Ernesto Gamberini, presidente e titolare di MG2. «Sulle macchine standard, infatti, i costruttori indiani e coreani (sembra che i cinesi non siano ancora “tecnologicamente” maturi su questo fronte, Ndr) ci costringono a misurarci con prezzi che possono essere anche un terzo dei nostri. Anche se, a onor del vero, chi si lascia tentare oggi dall’acquisto di quelle macchine, non ripete l’esperienza una seconda volta… dobbiamo essere preparati a fare i conti con questa realtà. Per contrastare i nuovi costruttori sul loro stesso terreno, abbiamo quindi deciso di avviare una produzione in Cina: insieme al nostro storico distributore locale (una società sino-tedesca) abbiamo costituito un’impresa manifatturiera di cui deteniamo la maggioranza e che, dopo la fase di avvio, sta prendendo quota. Tanto che proprio a Emballage abbiamo potuto mettere in mostra anche una macchina MG2 “orientale”».

Melting pot
La formula, dunque, sembra quella ormai classica della delocalizzazione produttiva seppure, in questo caso - precisa Gamberini - di poche e ben definite linee di macchine espressamente progettate per i mercati del Far East. A ben guardare, tuttavia, le modalità sono state rivisitate con una sensibilità e un senso prospettico particolari. «Il nostro partner - spiega infatti Gamberini - opera in oriente da quasi 40 anni e a lui, dunque, abbiamo delegato le operazioni commerciali e gestionali, mentre a noi compete la responsabilità del progetto e della produzione. A questo tipo di organizzazione siamo arrivati alla fine di un percorso di progressivo ri-orientamento. Inizialmente, infatti, abbiamo pensato di importare in Italia macchine fabbricate da aziende cinesi, da adattare ai nostri standard, mettere a punto e rivendere, una volta collaudate, col nostro marchio. La selezione del subfornitore è stata severissima e la qualità del prodotto finale molto alta. In breve tempo, però, ci siamo resi conto che gli interventi fatti in Italia erano tali e tanti da rendere poco vantaggioso acquistare i semilavorati da altri, così abbiamo deciso di fare tutto in prima persona, direttamente in Cina.
La nostra prima realizzazione sino-italiana, una riempitrice da laboratorio da 3.000 capsule/h, ha la flessibilità necessaria per realizzare varie tipologie di prodotti e costituisce dunque un investimento dalle grandi potenzialità. L’abbiamo progettata in Emilia e abbiamo venduto i primi esemplari ad alcuni clienti italiani, per poterla monitorare da vicino, perfezionare anche l’ultimo dettaglio e, infine, produrla interamente in Cina. Oggi nella fabbrica di Shanghai lavorano gomito a gomito tecnici italiani, “commerciali” tedeschi e operai locali; insieme siamo in grado di fornire qualità italiana garantita MG2, e a prezzi competitivi».

Il vantaggio? Del 40%. E non solo
Difficile, in questa fase di avviamento, stimare con precisione i vantaggi economici derivati dalla delocalizzazione «tuttavia - considera Gamberini - altri imprenditori europei che hanno fatto esperienze analoghe hanno ridotto il differenziale dei prezzi di un 30-40%. Inoltre va messa in conto una certa naturale tendenza “livellatrice” del mercato: i produttori dell’estremo oriente vedranno aumentare i propri costi quando la competizione si sposterà sulla qualità del prodotto e del servizio (e la stessa manodopera locale inizierà a guadagnare di più)».

In teoria, però, il produttore occidentale che offre Made in China rischia, quantomeno, una perdita di identità: perché comperare MG2 e non un marchio “indigeno”? Il motivo, in realtà, è chiaro e sta tutto nel plusvalore di competenza, «che, a maggior ragione, vale per le macchine fabbricate direttamente a Shanghai».
In fondo in fondo, però, un tarlo rode la coscienza, ed è la consapevolezza che, andando a produrre nei mercati in via di sviluppo - ossia portando il know how direttamente “nella tana del lupo” - non si faccia altro che accelerare la crescita di competenze dei concorrenti locali.
Ma Gamberini non ci sta: «È inutile, e francamente velleitario, immaginare di poter fermare il progresso culturale, industriale e non, dei paesi emergenti. Ma non solo. Si tratta di un progresso che passa dall’arricchimento delle conoscenze di cui tutti, al di là dei confini geografici, potremo beneficiare. Anzi, già è così».

SFOGLIA ONLINE LA RIVISTA

imballaggio rivista packaging