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Settembre 2009



Conservare gli alimenti è una sfida tra l'essere umano e la natura, fin da quando l'uomo, nel neolitico, si è accorto che era più conveniente smettere di andare in giro per il mondo e diventare stanziale, smettere di raccogliere e cacciare il cibo secondo la necessità, al momento, quando aveva fame, e ha capito che mettere un po' da parte per i periodi di crisi era bene.

Che anche allora ce n'erano di crisi, e chiedilo ai dinosauri e alla tigre dai denti a sciabola se erano dure o no.

Se l'essere umano è ancora qui a testimoniarlo vuol dire che, tutto sommato, alla faccia dei mastodonti e degli pterodattili, la trovata del mettere da parte non era male e che la sfida è stata vinta dall'uomo.

Se poi ne vogliamo fare una questione di orgoglio di razza umana, in questo secolo (e nei due immediatamente precedenti) poi, non se ne parla neanche: stravinto è la parola giusta.

Perché non ci limitiamo a conservare, ma le nostre modalità di conservazione possono anche migliorare e valorizzare.

Siamo davvero l'unico essere che sia mai risucito a far sì che quello che è conservato e confezionato sia ancora più bello e più appetitoso di com'era allo stato brado, quando era piantato per terra, mentre pendeva da un albero o se ne stava a riposo in un pascolo.

Allo stesso modo di quanto è accaduto con l'aria condizionata che ci ha messo in condizione di soggiogare e amministrare il clima secondo il nostro gusto e non secondo il gusto dell'armonia universale, come l'energia nucleare che ci ha messo a disposizione una potenza termica più calda del nucleo di nichel e ferro che costituisce il centro della terra, così come gli aerei a reazione hanno accorciato lo spazio e ridotto il mondo a una sferetta ridicola, alla stessa maniera gli imballaggi attivi e intelligenti ci hanno resi creatori di un mondo migliore nel quale noi Padreterni della vita a scaffale possiamo fermare il tempo quel tanto che vogliamo, a nostro piacimento.

 

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